Il discorso del Sindaco Giorgio Gori in occasione del 25 aprile 2022

Le parole che il primo cittadino di Bergamo ha pronunciato dal palco di piazza Vittorio Veneto in occasione del 77mo anniversario della Liberazione del nostro Paesa dall’occupazione nazista e dalla dittatura.

Autorità, rappresentanti delle associazioni partigiane e d’arma, carissimi concittadini, buon 25 Aprile!

“Oggi abbiamo un Paese che ha invaso un altro Paese: è evidente che vi sia una totale responsabilità della Russia di Putin. Tutto è nato dall’invasione russa — moralmente e giuridicamente da condannare, senza se e senza ma, — a cui hanno fatto e stanno facendo seguito uno scempio di umanità e di vita del popolo ucraino e una legittima resistenza armata. Nessuno nega che sia necessaria, e oserei dire doverosa, una resistenza armata nei confronti dell’invasore”.

Non sono parole mie, sono parole di Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale dell’Anpi, pronunciate due giorni fa. Parole che in modo intelligente mettono alle spalle le polemiche delle scorse settimane e ci consegnano le condizioni per un 25 aprile nel segno dell’unità: grazie presidente!

E’ importante, è molto importante che la Liberazione sia una festa unitaria, perché la libertà conquistata è un bene di tutti, senza esclusioni, e perché l’antifascismo è nettamente più forte se è capace di unire.

Negli anni scorsi, da questo palco, ho parlato più volte con rammarico della difficoltà a coinvolgere nella celebrazione della Resistenza le forze politiche del centrodestra e i cittadini che si ritrovano nelle loro posizioni. Da un lato per la riottosità di quella parte a riconoscersi nel 25 aprile, a considerarlo un pezzo del proprio patrimonio — sbagliando, a mio avviso; dall’altra per la tendenza della sinistra a farne la propria festa esclusiva. In entrambi i casi, come tante volte ci ha ricordato Carlo Salvioni, comunque travisando la natura pluralistica del movimento di Liberazione e tradendone almeno in parte l’eredità.

Purtroppo su questo fronte non abbiamo fatto grandi passi avanti.

Sono quindi contento che si sia evitata, seppure in extremis, un’ulteriore frattura, questa volta a sinistra, che sarebbe stata esiziale.

All’Anpi dobbiamo riconoscenza. Ovviamente ai partigiani e agli antifascisti che dopo l’armistizio seppero scegliere da che parte stare, rischiando quel che allora si rischiava. Ma anche per il prezioso lavoro che in tutti questi anni l’associazione ha svolto per trasmettere ai giovani i valori della Resistenza e della Costituzione. Oggi mi sento di dire grazie all’Anpi anche per questa “ricomposizione”, se così possiamo chiamarla, che immagino non sia stata facile e che per questo vale ancora di più.

Torniamo a festeggiare in piazza il 25 aprile dopo due anni in cui il Covid ci ha impedito di farlo. E allora fatemi dire che poter celebrare insieme la data fondativa della nostra democrazia, nel segno della Liberazione e dei valori costituzionali, è bello e importante, soprattutto in questo momento.

E lo è ancora di più — fatemi dire — grazie alle notizie giunte ieri sera da Parigi…

Non è infatti un 25 aprile come gli altri. Perché la guerra è tornata nel cuore dell’Europa e non è possibile celebrare la nostra Liberazione senza pensare a cosa sta accadendo in Ucraina.

E’ certamente vero che tra la Resistenza italiana e quella del popolo ucraino vi siano ampie differenze, ma io non riesco a non vedere i tanti elementi in comune.

Col 25 aprile ricordiamo la rivolta in armi di un popolo contro l’oppressore. Un popolo che prese le armi per affermare il proprio diritto alla pace. E che tuttavia ben difficilmente avrebbe prevalso, senza l’aiuto decisivo delle Forze Alleate.

“Se non ci fossero stati i partigiani l’Italia — ha scritto ieri Enrico Mentana — l’Italia sarebbe considerata solo una nazione alleata dei nazisti, e sconfitta. Se non ci fossero stati gli Alleati, saremmo stati a lungo un protettorato della Germania hitleriana. Gli Alleati ci liberarono, e prima fornirono armi agli italiani che avevano scelto di combattere contro i nazifascisti.

E’ vero che la storia non si ripete mai allo stesso modo ma sempre, quando un Paese viene attaccato militarmente, il nostro dovere è quello di aiutarlo, e non solo moralmente. Ieri in Italia, oggi in Ucraina”.

Invece, ancora, numerosi sono coloro che predicano l’equidistanza tra aggressori e aggrediti, nell’affannosa ricerca di una giustificazione per un atto che non ha alcuna giustificazione, e che va certamente oltre la pretesa di sottomettere un Paese indipendente come l’Ucraina.

Perché in gioco c’è molto di più, come ha spiegato uno dei principali ideologi del regime russo, Alexandr Dugin: “Non si tratta di una guerra locale — ha detto — questa è la guerra di Putin contro l’ordine mondiale liberale”. La guerra di Putin contro le democrazie Occidentali.

Eppure c’è chi ancora predica equidistanza, o forse la predica proprio per questo.

Noi invece siamo qui per dire che l’equidistanza non è possibile, che il popolo ucraino è stato aggredito dai russi e che la sua resistenza va concretamente sostenuta.

La storia — che comprende quella della nostra Resistenza — dimostra che non basta fare professione di pace. Tutti siamo per la pace, salvo Putin e alcuni suoi generali. Ma la pace non si ottiene con le bandiere, né attraverso progressivi cedimenti agli aggressori. Questa cosa va detta con grande chiarezza.

E’ sacrosanto che dal nostro 25 aprile venga un appello alla pace, ma come ha detto ieri il presidente Mattarella, appellarsi alla pace non significa arrendersi di fronte alla prepotenza, anzi!

Il 26 ottobre 1943 l’Unità scriveva: “E’ necessario reagire contro chi sostiene che per non scatenare il terrore tedesco in Italia è necessario non fare nulla. Del terrorismo tedesco è responsabile chi predica rassegnazione e passività”.

Cosa trattiene tante persone, anche nostri amici, dal capire che siamo di fronte ad un nuovo fascismo?

Alcuni di loro hanno passato anni a denunciare il rischio di un ritorno del fascismo e a spingerci ad opporci alle varie derive fasciste, sia vere che presunte. E ora che sulla scena europea il fascismo è tornato con tutto il suo carico di violenza, nelle vesti di un autocrate che invade un Paese indipendente, bombarda le città e stermina i civili, sotto le insegne di quell’agghiacciante “ZETA”, è come se non lo riconoscessero.

Eppure è esattamente questo. E un popolo antifascista non può avere dubbi a riguardo.

“Se vogliamo essere fedeli ai nostri valori — è Liliana Segre che parla — dobbiamo sostenere il popolo ucraino che lotta per non soccombere all’invasore, per non perdere la propria libertà”

“Ma la Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra…”

Non è così. Ancora Liliana Segre: “Se riusciamo a declinare i suoi precetti in termini universali, proprio la Costituzione ci offre una guida sicura per orientarci: l’aggressione dell’Ucraina rappresenta l’esatto esempio di quel tipo di guerra che, più di ogni altro, l’articolo 11 ci spinge a “ripudiare”: la guerra come “strumento di offesa alla libertà di altri popoli”. E la resistenza di un popolo invaso rappresenta l’esercizio di quel diritto fondamentale di difendere la propria Patria che l’articolo 52 indica addirittura come un “sacro dovere”.

Cosa ci trattiene, dunque?

Una possibile risposta l’ho trovata in uno scritto di Antonio Scurati. Il fatto è, osserva, che nel guardare il dramma ucraino vediamo solo vittime, senza comprendere la tragedia di quel popolo di combattenti. Gli ucraini invece combattono e il loro coraggio non è solo quello della sofferenza, ma è anche il coraggio della lotta. Perché non lo comprendiamo?

Per gran parte degli europei d’Occidente la possibilità stessa di prendere parte a un combattimento è diventata inconcepibile.

Questa incapacità di “pensare” in termini di lotta deriva dalla nostra storia di emancipazione, di progresso e di civiltà, da un lato, ma è anche indice di una storia di declino morale, di torpori egoistici, di cecità politica. Molti chiedono: “Qual è lo scopo della guerra per gli ucraini? Perché si ostinano a resistere? Perché dovremmo armarli? Non è forse preferibile la resa?”

Gli Ucraini — invece, prosegue Scurati — stanno combattendo anche per noi, forse non per ciò che siamo diventati, ma per ciò che fummo e che ancora potremmo essere. Nelle periferie di Kiev, nelle steppe sconfinate del Dnipro, lungo le rive del Mar Nero, combattono idealmente i nostri nonni, quelle donne e questi uomini estinti che, nella loro giovinezza, pur consapevoli della forza preponderante del nemico, presero le armi contro la violenza nazi-fascista.

Ecco. Il 25 aprile ci ricorda che resistere è necessario, è un dovere, ieri come oggi, ovunque la giustizia e la dignità vengono attaccate, umiliate, distrutte.

Ora e sempre Resistenza, dunque. Viva l’Italia, viva Bergamo, via il 25 aprile!

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Profilo dell’Amministrazione comunale di Bergamo/Official account of Bergamo municipality.

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